


Apologia della Crociata
Di Roberto de Mattei
L’irenismo ecumenico è una distorsione
della dottrina della Chiesa e della sua storia.

Il vero spirito del
cristianesimo è combattere per la verità e per difendere le
radici che affondano nei secoli luminosi del medioevo
“L’addio
della chiesa allo spirito di crociata” è un refrain che
ricorre da almeno quarant’anni e che condensa la concezione del mondo di
un certo cristianesimo, che ha fatto del dialogo ecumenista il suo vangelo.
Questa visione si basa su di una distorsione storica e su di
un’altrettanto grave deformazione della dottrina della chiesa. Nel caso
dell’articolo di Giancarlo Zizola su Repubblica del
7 giugno, si aggiunge a ciò un impervio tentativo di attribuire allo
stesso Papa regnante questo slittamento storico e dottrinale. Benedetto XVI,
come egli disse nella sua prima udienza del 27 aprile
Ma quali sono quelle radici cristiane che, secondo
Benedetto XVI, come per il suo predecessore Giovanni Paolo II, non solo i
cattolici, ma anche i laici, hanno il diritto e il dovere di difendere? Queste
radici, o se si preferisce, i frutti di queste radici, sono sotto i nostri
occhi: sono cattedrali, monumenti, palazzi, piazze, strade, ma anche musica,
letteratura, poesia, scienza, arte. Questa visibile mappa della memoria
è impressa nel codice genetico della nostra civiltà. Ebbene le
crociate fanno parte, come le cattedrali, del paesaggio spirituale europeo e ne esprimono la stessa concezione del mondo.
Lo
storico dell’arte Erwin Panofsky ha studiato il rapporto tra le vetrate gotiche e la filosofia
scolastica, sottolineando come la luminosità
delle cattedrali medievali corrisponda alla trasparenza di pensiero di opere
come la “Somma Teologica” di san Tommaso d’Aquino (Erwin
Panofsky, “Architettura gotica e filosofia scolastica”).
Dall’epopea delle crociate traspare – potremmo
aggiungere – la stessa luminosità, la stessa diafana bellezza, lo
stesso slancio verso l’alto, la stessa forza creatrice, delle opere di
san Tommaso d’Aquino e di Dante. Anche le crociate fanno parte di quel
patrimonio di valori che, come scriveva Giovanni Paolo II, sono derivati dal
Vangelo e si sono sviluppati in coerenza con esso
(“Memoria e identità”).
“I
capolavori artistici nati in Europa nei secoli passati sono incomprensibili se non si tiene conto
dell’anima religiosa che li ha ispirati (…)” – ha
affermato ancora Benedetto XVI (udienza generale del 18 novembre 2009). Lo
stesso potrebbe dirsi delle crociate, che hanno inciso nei campi di battaglia
della Palestina quella stessa scala di valori che gli architetti infondevano in
quegli anni nella pietra delle cattedrali. Né
le crociate, né le cattedrali possono essere comprese da chi ignora il
modo di pensare, e soprattutto, la fede vissuta, che animava i loro artefici.
Nella cattedrale il popolo cristiano si raccoglieva attorno a
un sacerdote che, celebrando
La prima
crociata fu predicata come meditazione all’appello di Cristo che dice:
“Chi vuole venire dietro di me rinunci a se stesso, prenda la sua croce e
mi segua” (Mt. 16, 21-27). Quella stessa Croce, attorno a cui si riuniva
il popolo delle cattedrali, era impressa sulla veste dei crociati ed esprimeva
l’atto con cui il cristiano si diceva disposto ad offrire la propria vita,
per il bene soprannaturale del prossimo, impugnando le armi. Lo spirito delle
crociate era, e rimane, lo spirito stesso del
cristianesimo: l’amore al mistero incomprensibile della Croce.
Il
professor Jonathan Riley-Smith,
caposcuola del rinnovamento degli studi sulle crociate, riferendosi a coloro che avevano risposto all’appello della prima
crociata, afferma che essi erano “infiammati dall’ardore della
carità”, e alla carità, all’amor di Dio, fa risalire
la motivazione profonda di questa impresa. Offrire la propria vita è infatti la più grande forma di amore e il più
perfetto atto di carità, poiché ci fa perfetti imitatori di
Gesù secondo le parole del Vangelo, secondo cui “nessuno ha
più grande amore di colui che dà la sua vita per Lui e per i suoi
fratelli” (Gv. 3, 16; 15, 13). Solo l’amore, riassunto dal
sacrificio di Cristo sulla Croce, è in grado di sconfiggere la morte,
che è la suprema sofferenza fisica, e il peccato, che è il
supremo male morale. Tale spirito e stato d’animo, abbondantemente documentato
dalle fonti, non sorge come un fiume limaccioso dall’inconscio collettivo
dell’occidente, ma dall’atto libero di singoli uomini che nei
secoli luminosi del medioevo rispondono ad un appello che si rivolge alla loro
coscienza.
La
risposta a questo appello può essere considerata una “categoria
dello spirito” che non tramonta. L’idea di crociata infatti non è solo un evento storico circoscritto al
medioevo, ma è una costante dell’animo cristiano che nella storia
conosce momenti di eclissi, ma che sotto diverse forme è destinata a
riaffiorare. Espungere l’idea di crociata dalla propria
“piattaforma programmatica” significa espungere l’idea stessa
del combattimento cristiano. L’insegnamento che la vita spirituale è
lotta è particolarmente svolto nelle lettere di san Paolo dove si
trovano in molti luoghi metafore e immagini tratte dalla vita del guerriero;
l’Apostolo spiega come la vita del cristiano sia un bonum certamen che va
combattuto “da buon soldato di Gesù Cristo” (II Tim. 2, 3).
“Spogliamoci – egli dice – dalle opere delle tenebre e
indossiamo l’armatura della luce” (Rom. 13, 12); “Rivestitevi dell’armatura di Dio per potere
resistere agli assalti del diavolo (…). State dunque cinti della
verità, rivestiti della lorica della giustizia, calzati della saldezza
del Vangelo della pace, impugnando lo scudo della
fede, col quale potrete estinguere i dardi infuocati del Maligno, prendere
l’elmo della salvezza e il gladio dello spirito, che è la parola
di Dio” (Ef. 6, 11, 14-17).
Lo spirito di crociata e quello del martirio hanno una comune origine in questa
dimensione profonda del combattimento spirituale. Il martirio, come ogni
sofferenza, presuppone il combattimento. La vita stessa di Gesù Cristo
può essere considerata come un costante combattimento contro l’insieme
delle forze ostili al Regno di Dio: il peccato, il mondo e il demonio. Che la
vita del cristiano sia una lotta è uno dei
concetti che più spesso risuona nel Nuovo Testamento dove si legge:
“Non sarà coronato se non colui che avrà legittimamente combattuto”
(II Tim. 2, 5). Il Vangelo del resto, nel suo significato originario, è
annuncio di vittoria militare, in questo caso la vittoria
di Cristo sul male e sulle potenze delle tenebre.
Perché la chiesa non può abbandonare lo spirito di
crociata? Molto
semplicemente perché non può rinnegare la propria storia e la
propria dottrina. La storia delle
crociate non è una appendice insignificante
della storia della chiesa, ma si intreccia strettamente con la storia del
papato. Le crociate non sono legate a un singolo Papa,
ma ad una storia ininterrotta di pontefici, per lo più santi, dal Beato
Urbano II, che promulgò la prima crociata, a san Pio V e al Beato
Innocenzo XI, che promossero “leghe sante” contro i Turchi a
Lepanto, Budapest e Vienna, tra il XVI e il XVII secolo. Non è ignoto
agli storici che, ancora nel XX secolo, Pio XII
studiò la possibilità di bandire una “crociata”
anticomunista dopo la rivolta di Ungheria nel 1956.
A quella
dei Papi, si aggiunge la testimonianza dei santi, a cominciare da Luigi IX, il re crociato per
eccellenza, che con Giovanna d’Arco, anch’essa a
suo modo “crociata”, è patrono della Francia, la
“figlia primogenita della chiesa”. Contrapporre a queste figure il
nostro san Francesco denota, se non malafede, una notevole misconoscenza
storica. La più attendibile fonte che abbiamo del viaggio di Francesco è la testimonianza del suo compagno, frate
Illuminato, che ci racconta come il santo difese l’opera dei crociati e
propose al Sultano la conversione. E come dimenticare le legioni di francescani
che si unirono, nei secoli ai crociati, a cominciare da san Giovanni da
Capestrano (1386-1456), predicatore della grande
crociata del XV secolo, culminata con la liberazione di Belgrado?
Al nome
di san Francesco dovremmo affiancare quello di santa
Caterina da Siena, patrona
d’Italia e Dottore della chiesa di cui in un recente saggio Massimo
Viglione ha mostrato l’animo profondamente “crociato”
(“L’idea di crociata in Santa Caterina da Siena”). A Lei potremmo aggiungere un altro dottore di sesso femminile, questa
volta contemporaneo, santa Teresina del Bambin Gesù, che in una pagina
toccante, rivolgendosi a Gesù, afferma di voler “percorrere
la terra, predicare il tuo nome, e piantare sul suolo infedele la tua Croce
gloriosa”, riunendo in un’unica vocazione quelle
dell’apostolo, del crociato, del martire. “Sento – ella scrive – la vocazione di Guerriero, di Sacerdote,
di Apostolo, di Dottore, di Martire; insomma, sento il bisogno, il desiderio di
compiere per te, Gesù, tutte le opere più eroiche. Sento nella
mia anima il coraggio di un Crociato, di uno Zuavo Pontificio: vorrei morire su
un campo di battaglia per la difesa della Chiesa…”. E il 4 agosto 1897, sul letto di morte, rivolgendosi alla
Superiora, mormora: “Oh, no, non avrei avuto paura di andare in guerra. Per esempio, ai tempi delle crociate, con quale felicità
sarei partita per combattere gli eretici” (“Storia di
un’anima”, in “Opere complete”).
La chiesa
non ha mai professato il pacifismo. Il combattimento cristiano, che è prima
di tutto un atteggiamento spirituale, ma che comprende la possibilità
della legittima difesa, della guerra giusta e perfino della “guerra
santa”, appartiene alla più pura tradizione cattolica. Chi
professa l’ecumenismo e il pacifismo a oltranza
dimentica che esistono mali più profondi di quelli fisici e materiali, e
confonde le conseguenze rovinose della guerra sul piano fisico, con le sue
cause, che sono morali e risalgono alla violazione dell’ordine, in una
parola a quel peccato che solo può essere sconfitto dalla Croce. Il
mondo moderno, che è immerso nell’edonismo e ha perso la fede,
giudica come mali, e come mali assoluti, solo quelli fisici, dimenticando che
il male e il dolore accompagna inevitabilmente la vita
dell’uomo, spesso elevandola.
Lo spirito delle crociate e di Lepanto ci trasmette un messaggio di fortezza
cristiana che è disposizione d’animo a sacrificare i beni terreni,
di fronte a beni più alti, quali la giustizia,
la verità, l’avvenire della nostra civiltà.
Oggi il
nemico che minaccia la chiesa e l’occidente è l’attitudine mentale di chi ritiene
che sia finito il tempo di Lepanto e delle crociate e allo spirito del
combattimento cristiano contrappone una visione del mondo secondo la quale nulla esiste di assoluto e di vero, ma tutto
è relativo ai tempi, ai luoghi e alle circostanze. E’ questo il
relativismo denunciato da Giovanni Paolo II quando nelle sue encicliche
“Splendor Veritatis” ed “Evangelium Vitae” parla di
quella “confusione del bene e del male, che rende impossibile costruire e
conservare l’ordine morale dei singoli e delle comunità” (SV
n. 93). La battaglia contro il relativismo in difesa delle radici cristiane
della società, a cui ha chiamato Giovanni Paolo II e oggi invita
Benedetto XVI, è una battaglia in difesa della nostra memoria storica,
senza la quale non c’è identità nel presente, perché
è sulla memoria che si fonda l’identità degli uomini e dei
popoli. Ma le radici cristiane non appartengono solo alla memoria o alla
storia: esse sono viventi perché il Crocifisso,
che le riassume, non è solo un simbolo storico e culturale, ma è
una fonte attuale e perenne di verità e di vita, di sofferenza e di
lotta.
La chiesa ha nemici, anche se noi tendiamo a dimenticarlo
perché abbiamo perso quella concezione militante della vita cristiana,
fondata sulla Croce, che ha sempre caratterizzato il cristianesimo. La perdita
di questo spirito militante è la conseguenza dell’edonismo e del
relativismo in cui sono immersi purtroppo anche molti uomini di chiesa.
Benedetto XVI ha parlato spesso di minoranze “creative”; potremmo aggiungere “militanti”, perché
quella in corso è una guerra culturale e morale in cui ci si affronta in
termini di principi di concezioni del mondo. La storia del resto è fatta
da minoranze militanti e anche Zizola appartiene a una
di esse. Si può militare per il bene o per il
male, in un campo o nell’altro, ma solo chi milita lascia il suo segno
nelle vicende storiche.
Non si illuda Zizola: si può e si deve sfuggire,
per quanto possibile, allo scontro delle armi, ma non si può sfuggire
allo scontro delle idee. Egli stesso ne brandisce una come una clava che
vorrebbe abbattere sulle teste dure dei cristiani fondamentalisti o
“lepantiani”. D’altra parte, le idee che non si scontrano,
non si “incontrano”, ma si fondono,
formando a loro volta nuove idee all’insegna dell’indifferentismo e
del sincretismo.
La chiesa è una società soprannaturale che ha la missione di
annunciare una Verità salvifica e liberatrice. Essendo
un’istituzione immersa nel mondo si serve, come
è giusto, anche di strumenti politici e diplomatici, ma la
politica per lei è mezzo, mai fine. Giuliano Ferrara nel Foglio del 7
giugno lo ha ben visto. Non bisogna confondere un viaggio diplomatico, come è stato quello recente del Papa a Cipro, con il
messaggio teologico e spirituale che la chiesa ha il dovere di annunziare.
Nell’omelia a Nicosia, il 5 giugno, Benedetto XVI ha peraltro sottolineato che il legno della Croce non è
semplicemente un simbolo privato di devozione, non è un distintivo di
appartenenza a qualche gruppo all’interno della società, ma
è un segno di speranza, di amore, di vittoria. “Un mondo senza
Croce – ha detto – sarebbe un mondo senza speranza”. Anche un mondo senza spirito di crociata sarebbe un mondo
senza speranza, perché significherebbe la rinunzia alla lotta per fare
della Croce la salvezza di un mondo in rovine.
(”Il
Foglio” 8 giugno 2010)
I seguenti atei scientisti

Tratto da:
"donquixote" <donquixote@tiscalinet.it> ha scritto nel messaggio news:4b45193f$0$1120$4fafbaef@reader3.news.tin.it...
Post de 7 Gennaio 2010 “Noi cattolici siamo terribili-Rosaria d'Asinalonga:peggio di un comunista c'è solo un cattocomunista”
Vandeano2005
La fierezza di essere
cattolici
«L'aventure la plus belle du monde c'est la nôtre!»,
dicevano
i cavalieri templari.
"Noi cattolici siamo
terribili da vivi e terribili da morti.
Vivi, noi siamo
nel trionfo, che non può mancare.
Morti, noi siamo nella Comunione dei Santi, partecipiamo
al trionfo della Chiesa, lo comunichiamo, lo facilitiamo
ai fratelli, ancora viatori, e specie a quelli che ci erano più cari.
E' una potenza davvero
terribile nel grado supelativo e assoluto
che noi contrapponiamo al male, una potenza immensa,
come la terra e i cieli, profonda come l'eternità, onnipotente
come Dio.
Quando il nemico ci contesta le aule, le vie, e persino la luce,
ecco le Catacombe, la notte, il martirio, e poi l'aurora, il trionfo.
Quando il nemico ci sega la gola e ci consuma con le fiamme,
ecco che la nostra anima gli sfugge, e non gli rimane che un cadavere,
su cui si gettano le aquile di Dio a ristorarsi, mentre dalla terra
profuma il sangue in grido di vendetta, e dai cieli risponde
il Dio delle Vittorie, giocondato da un altro fedele
campione.
Ma più spesso, la nostra piccola destra, la nostra breve armatura
è il pugno, è il vincastro, è la fionda di David, la nostra spada
è quella di Gedeone, il nostro impeto ha la furia dei
Maccabei,
la nostra azione ha l'efficacia degli Apostoli a Pentecoste,
il nostro Papa ha il gesto trionfale di Pietro, di Lino, dei 40
Pontefici martiri, di Leone Magno al Trasimeno, di Gregorio
a Canossa, di Giulio a Mirandola, di Pio VII a Fontainebleau,
di Pio IX, sul portone di bronzo che si chiude dinanzi alla loro
Augusta Persona, perchè si spalanchi verso tutti i popoli pellegrini,
volti a venerare la sacrosanta e intangibile Maestà del Papa!
E le nostre armi sono pure le preghiere,
e le nostre armature i Sacramenti:
si Deus pro nobis, quis contra nos?
Noi cristiani cattolici siamo terribili, terribili da vivi
e terribili da morti, poichè dal nostro sangue
germogliano
a mille nuovi difensori della nostra divina religione.
Con la croce sulle spalle abbiamo percorso la terra,
e portata ovunque la luce del Vangelo, e piantata
con la croce sulle spalle continueremo la nostra opera santa,
la quale sarà compiuta quando saranno compiuti i secoli
dell'umanità, con un trionfo eterno e con un canto eterno
a gloria di Dio nell'alto dei cieli."

